
Parte 1:Vivere di sogni
E’ già un paio di volte che mi sento dire che vivo di sogni. E vi dirò, è una cosa che mi fa abbastanza alterare. Sembra che qualcuno, genitori in primis, pensi a me come un bambino, una persona immatura, qualcuno con cui non puoi fare un discorso serio.
Io non vivo di sogni. Al massimo mi ci nutro.
Oltre la bellezza letteraria del concetto ed il carattere di banalità che rischia di assumere, ci sono delle verità che rendono questo termine più concreto, e meno campato in aria.
Sogno, prima di tutto, è uno dei termini più poetici di cui disponiamo, ma non è molto positivo. Chi sogna fuori dai campi concessi (fuori dal sonno) è considerato un perdente, un loser. Quindi per carità, che non mi si consideri tale. La differenza tra il vivere ed il nutrire è sottile, ma c’è. Se uno vive di sogni, vive in un mondo che si è autocostruito, perché non riesce a vivere bene in quello reale ed è costretto quindi a cambiare la realtà. La realtà non cambia, non può farlo, siamo noi che ci dobbiamo abituare. Io non mi costruisco mondi alternativi. Io conosco solo un mondo, imperfetto e ingiusto a volte, cinico e spietato se vogliamo, un mondo costruito su assunti insensati, valori obsoleti e relazioni forzate. Viviamo secondo schemi, secondo i quali non sei normale se non agisci così, vieni considerato strano se agisci contro la moda imperante – ossessivamente imperante- . E stereotipi. Tanti, tanti stereotipi. La gente etichetta prima di conoscere, parla senza sapere, pensa senza ragionare. Mi guardo attorno in questa città e vedo persone che puoi riunire in gruppi, tanto sono uguali tra loro. Poi ti accorgi che non sono solo semplici gruppi, ma settori interi di popolazione, tanto sono numerosi. E sera dopo sera, quando mi sento proporre in inverno di andare allo Strizzi, di estate alle Rime,il lunedì sera di andare allo Yab, il Venerdì al Tenax, in estate andare a Rimini o Ibiza.. insomma, mi viene da mandare tutti al diavolo. Si presenta l’occasione di andare in Scozia e qualche imbecille mi dice che cazzo ci vo a fare in Scozia, che non c’è niente, piove e basta.. e quando gli chiedi se in Scozia ci è mai stato e questo ti risponde di no, e non ci andrà mai perché a 22 anni lui in estate va al mare in Romagna perché là ci va la “compa”.. davvero, mi viene da riflettere.
Da quando sono tornato da Londra ho sentito appena un terzo della gente che conoscevo. Alcuni non sanno neanche che sono tornato, immagino. Ma il fatto è che non me ne frega assolutamente niente. Dicevano che era impossibile fare quell’esame in quattro giorni. Fatto, e pure bene. Era un sogno, e io vivo di sogni, dicevano. Dicevano non potevi organizzare il tirocinio in una settimana, era un sogno. Fatto. Non puoi laurearti a dicembre. Questa è ancora da vedere, ma io dico lo faccio. E mica perché vivo di sogni, ma perché mi nutro di questi. Se possibile, certo, non sono mica un genio. Non sono io che sono un genio, il problema è che ci sono troppi stupidi a questo mondo.
Parte 2: Nutrirsi di sogni
Bene, questa è la parte meno emotiva e più riflessiva. Non voglio fare la parte del dito in culo, non lo sono; vivi e lascia vivere. Spero almeno che chi mi conosce bene lo sappia. Dunque. Sogno. Il sogno indica un qualcosa di irreale; va considerato quindi come un ideale, una tendenza. Alcuni sogni si avverano, ma se questo succede sono convinto sia non per un fatto di fortuna o per un segno del destino. Al contrario, un qualcosa cui arriviamo per meriti personali. Insomma, li facciamo avverare alcuni sogni. E spesso infatti non solo neanche tali; è il nostro spirito di base che è a volte è negativo, ci precludiamo l’eventualità di riuscire solo perché facciamo calcoli sbagliati. Pensiamo non sia possibile farlo, e quindi l’obiettivo diventa un “sogno”, un qualcosa quindi di etereo, irreale. In realtà no, diventa irraggiungibile perché non ci crediamo fino in fondo. Perché non abbiamo le palle, non abbiamo determinazione, o la sufficiente motivazione richiesta per farlo. Spirito di sacrificio, abnegazione. Ci sono tantissimi termini, prendetene uno; il concetto resta quello.
Sto per arrivare al punto.
Succede quindi che nelle calde notti londinesi (avreste mai pensato fosse stato possibile?) provo i miei primi “orgasmi spirituali”. Passatemi il neologismo (almeno a me suona come tale). Insomma, conosco una persona che non ho mai conosciuto in vita mia. Molti sapranno a chi mi riferisco, ma non facciamo nomi; non è importante. E’ come la sensazione della cioccolata. Credi di farne a meno, però cavolo, ne assaggi un po’ e non vorresti mai smettere. A livello meno fisico però, e più spirituale. Una sorta di persona-libro aperto, una persona da leggere e rileggere, anche se sembra non ripetersi mai. Un libro infinito, senza ultima pagina, senza pause ed interruzioni. Quando sento, parlo, leggo questa persona io provo una sensazione di ammirazione indiscussa, quasi sistemica, a priori.
Il punto è: poco importa se le barriere che ora ci superano sembrano insormontabili, sono determinato a non fare diventare questa difficoltà un sogno (avete letto più su?), non ho intenzione di arrendermi.. e non lo chiamerò mai sogno. Se mai un giorno lo farò, beh, dovrò rimettere in discussione il tutto. Troppo pensare, troppo impegno. Ora come ora non ho voglia. Ma che sia chiaro questo: non si tratta di vivere di sogni, ma di nutrirsene. Se volete, io uso i miei sogni per scopi più grandi. Chiamatelo quindi mezzo, chiamatelo espediente. Ma sogno no.
Rinnovo quindi la mia promessa.
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