Dopo due settimane di ufficio stampa sono arrivato ad una semi-conclusione (semi in quanto prima, parziale). Non è che mi senta a disagio in giacca e camicia, ma.. forse il lavoro d’ufficio non fa per me. Non trovo desiderabile l’idea di passare il resto dei miei giorni chiuso in una stanza, tutto qui. Passato il primo -breve- periodo di entusiasmo infatti, portato unicamente dalla novità dell’evento, sta crescendo nuovamente dentro di me un progressivo senso di smarrimento, come se non mi sentissi più a mio agio. E se succede dopo così poco tempo.. beh, come posso sperare di durare degli anni? Mi hanno già chiesto cosa ne penso del lavoro, se intenderò proseguire. Sulla prima ho dato una risposta di cortesia, sulla seconda un diplomatico “vedremo”. In cuor mio però tale possibilità è a dir poco esclusa in partenza.
Nel corso di questi anni ho cambiato spesso sogni e aspirazioni, e quindi modi attraverso i quali raggiungere tali obiettivi. Ritengo ancora di grande desiderabilità l’immagine di un futuro in carriera, dinamico, per niente routinario, tra camicie, Bentley e ristoranti di lusso, però.. ora come ora ho voglia di rompere gli schemi, la consuetudine. Voglio sfuggire regole consolidate e lanciarmi in spazi aperti, liberi. Le esperienze di questi ultimi tempi mi stanno portando verso uno stile di vita del tutto bohème, quindi povero, irregolare, però comunque libero. Indipendente. Attraverso pillole di felicità, cioè singoli momenti in cui gli angoli della bocca autonomamente si allargano a formare un sorriso, mi vedo in uno studio sul Greenwich Village, un tocco di polvere qua e là, montagne di carte e libri nelle quali imprecare perché non si riesce a trovare mai quello che si cerca. Un lavoro decente, paga sufficiente a vivere, ma che dia soddisfazione. Soddisfazione. Una volta avuta questa, il resto è relativo.
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