Tuesday, 26 June 2007

Racconti

Aspetto seduto ad occhi chiusi, testa reclinata all’indietro, poggiante sulla superficie rovinata della vecchia poltrona del locale. L’aria greve, stantia, che solo un luogo perennemente chiuso ed angusto può offrire, è resa ancora più opprimente dallo spesso muro di fumo, prodotto dei numerosi sigari le cui estremità brillano attorno a me.
Respiro disgustato il loro aroma pungente; non mi muovo, resto immobile, incurante di tutto ciò che mi circonda. Apro gli occhi, provo ad intravedere qualcuno degli avventori del locale, ma il mio sguardo non coglie altro che contorni sfumati e fluttuanti. Forse per la mancanza di luce esterna –le poche finestre sono annerite dall’incuria e dal tempo- o forse per l’effetto dell’assenzio che ancora circola nel mio corpo, regolando le mie funzioni vitali.. non lo so, e forse non mi è neanche dato saperlo. E in fondo.. mi interessa veramente?
Mi passo una mano sugli occhi. O forse immagino di farlo. La sento pesante, i miei muscoli sono indolenziti, e i sensi annebbiati non mi permettono di distinguere tra mera intenzione e reale movimento. Ma non sto male, no . Il mio pensiero fluttua leggero nell’aria, libero dalle preoccupazioni, e.. Al momento non potrei desiderare di meglio. Mi sento stanco, molto stanco. Ho voglia di dormire, penso dentro di me. E sento il buio che cala nuovamente. Dormo. E aspetto ancora.

Vengo bruscamente svegliato da una mano, che stringendomi la spalla mi scuote con violenza. Alzo gli occhi semi aperti sulla figura scura che troneggia davanti a me. Cerco di risvegliare il senso assopito strofinandomi gli occhi, e prima ancora di mettere a fuoco la vista riconosco la voce che aveva cominciato a parlarmi.
“Guarda come sei ridotto. Ti vedesse in questo momento l’ispettore..”
“Salve Douglas. Che ore sono?”
“L’ora delle puttane e dei drogati. Alzati stronzo.”
Detti uno sguardo attorno a me. Gli effetti dell’assenzio erano passati, ed ora distinguevo abbastanza chiaramente la piccola stanza nella flebile luce. Non c’era più nessuno. Eravamo soli.
“Ti ho detto di alzarti, che cazzo sei, sordo?” grugnì sempre più inferocito il grosso poliziotto.
Era meglio non farlo arrabbiare. Diventava abbastanza nervoso quando contraddetto. Con non poca fatica mi alzai, e mi preparai a seguirlo.

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