Partendo dal fatto che sono uno che si trova totalmente in disaccordo con la filosofia del “dormirò quando sarò morto” –considero il dormire un’attività nobile, non semplice necessità biologica, e la filosofia antica è dalla mia parte- mi rendo conto che ci sono volte in cui siamo costretti a limitare il numero di ore passate a letto. Questo NON è successo per un anno intero, quello appena passato a Londra, in cui non mi sono mai alzato prima delle 10. E questo per vari motivi. Sono una specie di gufo - animale certo meno blasonato di altri paragonati in genere alla vita notturna, ma comunque più degno di ammirazione di un toporagno, no?? - , quindi preferisco andare a letto un po’ piu tardi e svegliarmi.. diciamo non-presto. Comunque.
Dicevo, stamani mi è toccato alzarmi alle sei e un quarto di mattina. Una sensazione bruttissima. Dopo 20 anni il mio cervello ha imparato poche, piccole cose, ma di una verità assoluta: mangia, sennò muori di fame: bevi, o muori disidratato; dormi, sennò ti girano le palle;vai a letto col buio, e ti svegli col sole. Ecco, appunto.
Tralasciando il fatto che ho dormito da cani, il problema maggiore è stato quando mi sono alzato e, con 2 ore di sonno nelle gambe, mi sono diretto alla finestra, ho alzato la serranda e.. buio. Buio pesto. Cazzo. Sono una persona sensibile, una sola, romantica e fragile foglia che rotea in un vento autunnale, queste cose mi sfondano il morale… A questo punto chiedo venia a tutti coloro che si alzano tutti i giorni a quell’ora, perché ovviamente vanno a lavorare, mica a divertirsi, però oh.. io non ci sono abituato. A ripensarci poi mi viene da prendermi in giro da solo al pensiero di vedere me stesso che guardo fuori, acciglio la fronte, magari mi gratto la testa cercando di svegliare il cervello assonnato e solo dopo qualche istante, realizzare che fuori è buio perché è ancora notte. Perché si, sia chiaro, per me la mattina comincia alle 7,30, mica prima. Insomma, tutto ciò per dire che mi giravano, e parecchio.
Esco di casa nel gelo e nel buio più totale, percorro le strade vuote. Tutto deserto e silenzioso. Arrivo nell’ampio cortile del supermercato- non faccio pubblicità, guarda bravo-, ora sì grande e spazioso, ora sì che si trova parcheggio. Anche questo immerso nel silenzio. Entro comunque nell’immensa costruzione, e solo ora noto con sollievo che non sono solo, che non sono l’unico ad essermi svegliato così presto. Anzi, rettifico: siamo un bel po’.
Comunque, è in questo momento che qualcosa in me cambia. Un fremito crescente, un brivido lungo la schiena e l’alchimia interna cambia, rivoluzionando l’umore.Perchè?Beh…Arrivi nella modalità appena descritta, entri al lavoro e..
..senti la musichetta pimpante degli altoparlanti, entri tra ali di folla che ti accolgono sorridenti, come una grande famiglia. D’altronde è proprio così: l’essere umano è per natura animale sociale. Se uno si sente l’unico a far qualcosa di spiacevole gli girano, se si sente parte di un gruppo di sfigati va già meglio. Cominciano quindi a rotearmi con più eleganza, per poi finire del tutto, non appena la parte materialista del mio celebro pensa al portafoglio che si riempirà presto. Do ut des.
Avete presente comunque la scena tipica di film ambientati nelle città modello americane? Quelle con nomi tipo “Paradise Island”, “Heaven Lake”, “Happy Garden”, con le donne biondissime, occhialini neri e sorriso a trentadue denti, uomini in giacca e cravatta e capelli con divisa laterale, bambini ubbidienti e cani infiocchettati? Ecco,una cosa così. La sensazione è stata quella..
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