Saturday, 12 May 2007

From the old Blog,
Wednesday,09 May 2007

" Mi riscossi all’improvviso dallo stato di torpore mentale in cui ero entrato. Lanciai uno sguardo al bicchiere ormai vuoto della mia birra. Aprendo il portafoglio notai però che non potevo proseguire oltre.
Guardai l’orologio,le sei passate. Il sole cominciava lentamente a calare sull’orizzonte, il vento si alzava. Mi voltai a vedere se il bar stava per chiudere, ma notando una certa attività al bancone capii che ancora mi era permesso di sedere. E di aspettare. Dopotutto lui ancora non era arrivato, ed io attendevo da troppo tempo questo incontro per desistere cosi facilmente. E poi lui era fatto cosi.
Dopo mesi di inutili tentativi ero riuscito ad ottenere un appuntamento; i suoi impegni non gli permettevano molte occasioni, e le poche disponibili erano troppo infrequenti per combaciare con il mio tempo libero. Ma ieri finalmente la chiamata, e l’appuntamento era fissato.
Andai col pensiero indietro nel tempo:rinvenni i corsi universitari nel periodo interguerra, quando quei pochi anni di tregua sembravano destinati a non finire più, quando ancora dominava l’opinione comune che una guerra stupida come la precedente non sarebbe più tornata. La passata esperienza nelle caserme in attesa del fronte aveva istillato in noi reclute l’amore per lo studio, la ricerca della verità ed il valore della libertà,di parola ma non solo. E sull’onda di questo entusiasmo a guerra finita i corsi di giornalismo straboccavano di futuri professionisti, pronti a lasciare il moschetto nel prendere in mano la penna. Speranze però presto disilluse;dopo pochi anni di relativa pace il regime si impose alla guida del paese, togliendoci le speranze ed i frutti di una riconquistata libertà. Il concetto di parola libera divenne nuovamente arbitrario. I molti giornali che in quei pochi anni erano fioriti e germogliati furono rapidamente chiusi, i proprietari imprigionati o fucilati, i giornalisti costretti al silenzio. E la flebile luce della democrazia fu spenta per sempre.

Non ho ancora parlato di lui. Lui, a cui praticamente devo la mia vita, o perlomeno il senso a cui questa si è appoggiata con l’inizio della guerra. Ernesto Raul Blanco, uno dei piu influenti gerarchi del Libero Stato di --- .I nomi ufficiali che i governi si attribuivano mi avevano sempre fatto sorridere. Come se togliere diritti di voto, libertà di riunione e di parola eliminando sistematicamente gli avversari politici fossero caratteristiche di uno stato libero;e ancora oggi rimango stupito dal breve tempo in cui tutto questo è avvenuto. Eroe di guerra, professore esimio alla fine delle ostilità ed influente esponente del Partito delle Falangi attualmente al potere. Rimango però ben sicuro delle sue reali idee. So che in fondo la pensa come me. Sono sempre stato come un figlio per lui; studente prediletto, pupillo ed ammiratore indiscusso, guardavo a lui come una figura paterna, il modello a cui tendere, soprattutto dopo aver perso fratelli e genitori nella precedente guerra. Mi aveva quindi tolto dall’esercito, e dato l’andamento della corrente guerra probabilmente da morte certa. Mi aveva preso sotto la sua ala protettiva, difendendomi dalla polizia segreta che piu volte aveva messo gli occhi addosso alla mia professione. Nessuno lo tocchi, aveva avvertito. Ed anche la potente organizzazione paramilitare aveva dovuto chinare il capo a tale fonte.
Piu volte provai a parlargli delle mie idee. Cercavo di trovare in lui un valido alleato nelle mie posizioni anti-regime, perché ero sicuro di condividerle. La risposta sempre la stessa. Aspettiamo che i tempi siano maturi, figlio mio. Verrà il momento di cambiare, ma ancora no. Il nostro paese ancora non è pronto. Io mi arrabbiavo, cercavo di ribellarmi a tali parole. Il mio ardore giovanile cercava inutilmente di far presa sulla sua veneranda esperienza di vita, ovviamente senza riuscirci. Con lui era sempre così: non l’avevo mai vinta. Ma gli volevo bene. Non avevo altri al mondo che lui; era il mio punto di riferimento, intorno al quale il mio traballante mondo girava.

Ero ancora immerso in questi pensieri quando venni riportato alla realtà da un rumore dietro di me. Era il cameriere che stava riportando i tavoli e le sedie all’interno del bar. Alzai lo sguardo e notai che era ormai sera. Raccolsi le mie cose e mi alzai. Ormai non sarebbe piu venuto. Non ce l’avevo con lui per il mancato appuntamento, però; sapevo dei suoi numerosi impegni. Uscii dalla piazza, incamminandomi verso casa.
C'era qualcosa di strano nell'aria. Gente correva di casa in casa, drappelli di soldati marciavano compatti per le vie impolverate della città. Guardai alcuni di loro, e notai che erano tutti molto giovani, poco piu che ragazzi. Il paese stava perdendo la guerra, e tutti gli uomini erano al fronte. Notai un'altra cosa,perplesso:erano terrorizzati. Mi fermai, guardai intorno a me. Gente urlava per la strada, si cominciarono a sentire spari in lontananza. Poi un boato. In breve venni informato che il popolo si stava armando:la rivoluzione era cominciata.

Furono dieci giorni di inferno. Il paese, attaccato e schiacciato dai propri confini, dilaniato all'interno dalla guerra civile, si arrese in poco tempo. Il governo crollò. Si scatenò un'inevitabile caccia ai responsabili: coloro che ieri erano i paladini del popolo, venivano oggi bollati come traditori della nazione.E dopo qualche giorno seppi che anche lui era stato preso,imprigionato e fucilato. "

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